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Arte come resilienza

L’Arte è il viso di chi ami. Permette di esprimere e trasmettere un senso di speranza e resilienza e di lavorare sulle proprie emozioni senza bisogno di parole.

L’Arte è una risposta concreta al bisogno innato di esprimersi e trasformarsi sempre.

L’Arte non cancella il dolore ma lo trasforma….

L’esperienza artistica, che è di per sè trasformativa, e il metodo dell’arteterapia sono strumenti di grande potenza per affrontare anche i momenti più tragici della vita. In questi momenti non si riesce a verbalizzare o ad avere chiare le emozioni che si vivono, spesso contrastanti, pesanti e indefinibili. Durante il processo artistico, emozioni e sentimenti, fluiscono nel nostro corpo e, attraverso le nostre mani vengono rilasciate e concretizzate: gli si dà una forma, un colore, una composizione, una vita propria. Concretizzandoli è possibile dialogarci e dare ascolto e attenzione a quella parte di noi stessi che altrimenti rimarrebbe ignorata e soffocata, continuando inevitabilmente a premere per uscire. Il dolore del lutto ci porta a vivere sensazioni di prigionia in spazi bui e soffocanti, in cui non si vede via di uscita, che spesso tende ad una chiusura nel proprio dolore. L’arte può aiutarci ad aprire spiragli di luce e a insegnarci a riprendere in mano la nostra vita e la speranza per il futuro.

Se non lo capisco non mi piace: imparare a vedere l’arte

Molte persone che vengono a visitare musei di arte moderna o contemporanea esordiscono con questa frase: “questo lo saprei fare anche io!” oppure vogliono sapere a tutti i costi il significato dell’opera che vedono. E se la risposta non li soddisfa pienamente si innervosisce o continua con: “io queste cose proprio non le capisco”.

L’artista Margherita Manzelli, che espone al Centro per le Arti Contemporanee Luigi Pecci di Prato fino all’11 maggio 2025, ha detto una cosa molto significativa in una sua intervista: “Non credo in tutti i discorsi intorno alle opere d’arte: spiegare tutto a tutti i costi può essere dannoso”. Noi vogliamo sempre spiegare tutto, etichettare le cose, dare un nome a tutto ma ci sono cose che vanno aldilà dell’espressione verbale, aldilà di un significato univoco, di una definizione. Tra queste cose vi è l’arte. Chi vorrebbe mai spiegare un brano musicale, per esempio di Beethoven? Lo si vive e basta, con tutte le emozioni diverse che a ognuno di noi suscita. Eppure in arte si pretende di capire, a tutti i costi, per arrivare invece ad ottenere di inserire inevitabilmente il freno a mano alla nostra libertà di percezione, di sentire con il corpo, con i sensi, con la propria storia emotiva. Fare esperienza di pratiche artistiche ed espressive al museo è stimolante e arricchente per tutti perché, quando le persone si rendono conto del potere di tutto questo processo che possiamo vivere insieme intorno alla libera espressione dell’artista come di sé stessi, allora veramente si impara anche a vedere, a percepire. Si impara a utilizzare l’arte per il suo vero e fondamentale ruolo che nella vita di tutti noi può avere, nessuno escluso: quello di stimolare l’immaginazione, la riflessione, la memoria, la creatività personale, la propria unicità. Non ha importanza se una cosa piace o non piace, un’opera d’arte non deve piacere a tutti e, dico di più, non deve per forza piacere. Chi fa arte per piacere agli altri quello che ottiene è solo frustrazione e inconsistenza. L’arte esiste perché esistiamo noi, esseri umani bisognosi di comunicare e mettersi in relazione con noi stessi e con il mondo che ci circonda. C’è stato un periodo in cui tutti noi lo sapevamo bene. C’è chi ancora ha la fortuna di sperimentarlo tutti i giorni e ce lo possono ricordare: i bambini.

Dipingere il vuoto

“Dipingere il vuoto” è utilizzare la pittura come strumento di elaborazione del lutto. Si tratta di un progetto che ho iniziato in un periodo molto difficile della mia vita. La malattia di mio padre mi ha costretta ad intraprendere un viaggio dentro di me per trovare la mia forza, le mie risorse, la mia resilienza.

Dipingere il vuoto è un urlo, uno scrollarsi di dosso tutto, ma è anche un abbraccio, un accogliere quel vuoto dopo averci combattuto, dopo averlo rifiutato, odiato, rifuggito. E’ un riappropriarsi della pittura e grazie a questa ritrovarsi.

Tre colori, un cambiamento di tono, un’apparizione: sì perché se lo ascolti quel vuoto lui non è mai così vuoto, c’è sempre qualcosa che affiora, che ti chiama, che ti scrolla dal torpore. E’ come quando chiudi gli occhi: in un primo momento pensi che vedrai solo buio ma poi arrivano bagliori, puntini colorati, ricordi di forme e luci che hai visto poco prima. Dipingere il vuoto è trovare la forza di andare avanti. Quel che non c’è più è il vuoto con cui devi imparare a convivere per il resto della vita nonostante il rifiuto, la voglia matta di tornare indietro nel tempo per riassaporare la presenza. Quel vuoto è l’assenza che aleggia nella casa di mio padre, nel suo studio, nel suo giardino di rose. Il vuoto è la mia impossibilità a tornarci e l’attesa che presto non ci sarà più nemmeno quella casa, quei luoghi amati, quei muri dipinti, quei profumi.

Allora che fare con questo vuoto? Come fare in modo che non inghiottisca? Non ci sono risposte giuste o sbagliate, non esistono ricette segrete da fare proprie, né formule che rivelano verità. E’ un viaggio, un percorso, un tempo da trascorrere e in questo tempo ascoltare e accogliere quel che viene. Perché il vuoto è come un foglio, bianco, da ascoltare, da accogliere, da accettare e poi.. trasformare.